NICOLA BERTOGLIO
iphoneografo
inaugurazione opera “la S/Vestizione” in occasione della festa dello sport organizzata dal consiglio di zona 7 di Milano
sabato 9 aprile 2016

"Questi ragazzi ogni domenica si mettono la maglia e scendono in campo. Non guadagnano nulla, non sempre vincono, si fanno male, si infuriano e alcune volte si abbracciano. Alla fine si tolgono quella maglia e tornano a casa alle loro vite e ai loro problemi, pronti però a rifarlo la domenica successiva, ancora e ancora. Ci credono, davvero, in loro stessi, nei compagni, nel pallone. È quello che sono".
Nicola Bertoglio
Il progetto nasce dall’idea della sacralità del calcio, intesa nella somiglianza e quasi sovrapposizione di elementi rituali quasi religiosi nello spettacolo calcistico.
Per approfondire questo tema e provare a capire il mondo del pallone, che gli è quasi sconosciuto, Nicola Bertoglio è partito dal basso, dalla Provincia, iniziando a seguire la A.C. Olmese, squadra di Pieve d'Olmi (CR) in cui è nato e cresciuto, durante le partite, gli allenamenti e i loro momenti di aggregazione. Una delle prime opere che ha realizzato è "La S/Vestizione" nella quale tre calciatori si vestono e si svestono prima e dopo un allenamento. L'opera documenta un momento essenziale nella ritualità propria del calcio ed evidenzia il cuore nudo e pulsante di quegli stessi attori, diversissimi tra loro, che nell'ambito dilettantistico credono fermamente nel gioco, nonostante i pochi soldi e magari le poche vincite.
Ci sono diversi livelli semantici nell’opera. La sequenza di momenti, riproposta in ordine inverso per i tre calciatori, di “vestizione” e “svestizione” richiama il momento della vestizione dell’abito talare da parte del sacerdote pronto a officiare un rito, così come dell’attore che si prepara a entrare in scena, vestendo i panni del personaggio e cambiando, quindi, personalità, o infine i riti di passaggio presenti in tutte le società, dai riti sacri, come il battesimo, la cresima, il matrimonio, a quelli più profani come il carnevale o le feste in maschera in genere. L’abito non fa il monaco ma prepara la mente e il corpo a rivestire un certo ruolo. L’abito uguale identifica un personaggio, sia all’esterno per il pubblico, sia nei confronti di se stesso. Permette di essere identificati e riconosciuti come vigili, infermieri, sacerdoti, e permette loro entrare nella parte che hanno scelto di svolgere nella società, con determinati compiti, diritti e doveri.
Il momento della vestizione nell’opera di Bertoglio ricorda esempi di scultura classica, l’atleta che si deterge di Lisippo o l’atleta che si cinge la testa con la benda di Policleto. Corpi bianchi, statuari, colti nei momenti di preparazione a quello che sarà il loro sforzo e compimento finale, oppure a esercizio appena concluso. Corpi umani in cui potersi identificare, in gesti semplici, quotidiani, che si differenziano, per la prima volta nel mondo della Grecia classica, da una retorica dell’immagine che rappresenta gli uomini nel momento della vittoria, in pose che richiamano la staticità, l’assolutezza, in una posa ideale che li avvicina agli dei. Il momento della preparazione, della “vestizione” ci presenta invece l’atleta come umano e familiare, in un momento che accomuna ogni atleta con gli altri, un momento comune sia al vincitore che allo sconfitto.
Emerge qui il valore dell’unità e dell’uguaglianza attraverso lo Sport, al di là delle differenze religiose, etniche, di classe, in un elogio della manifestazione della fatica, il sudore, come reazione normale e collettiva allo sforzo messo in atto per un obiettivo comune.
L’esposizione è curata da Erika Lacava di Zoia – Galleria d’arte contemporanea, presso cui Nicola Bertoglio ha esposto nel mese di febbraio 2016.